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Pioggia Obliqua


 

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PIOGGIA OBLIQUA: Hai un background artistico: hai cominciato a posare all’età di quattordici anni, sei stata modella all’Accademia di Belle Arti di Firenze e Parigi, hai posato per grandi fotografi e artisti, sei stata performer e body artist. Una vita dedicata all’arte. Chi è Elena Marini?

ELENA MARINI: Come potrei autodefinirmi? Una sabotatrice? Una guerriera? Una provocatrice? In ogni caso, non so fare altro. Credo di essere felicemente affetta da una malattia mentale congenita e incurabile, che implica il fatto di essere incline a vizi ed eccessi, ad amare l’arte e gli uomini, a fare cose che altri si proibirebbero anche solo di pensare. Sono impulsiva e incazzosa, tendenzialmente solitaria, con uno spiccato bisogno di testarmi e di superarmi, cosa che ha provocato necessariamente un randagismo affettivo che, con il passare degli anni, è diventato una struttura esistenziale. Non so cosa significa la frase “sentirsi a casa”: fin dall’infanzia ho avuto sempre la sensazione di essere fuori posto. Ho sempre amato le cose che non interessavano agli altri. Posso dire che recentemente ho conosciuto, o piuttosto ri-conosciuto, un mio simile con cui non mi sento in pericolo, anzi con cui riesco a ridere di certe mie manie e ossessioni, a esaltare la mia malattia mentale: questo mi rende la vita più interessante e la mia solitudine ancora più dolce. Le uniche regole che posso accettare sono quelle che provengono da me stessa: si tratta di un’autodisciplina, inossidabile alle interferenze altrui, essendo una donna poco incline a fare compromessi. Vivo in maniera antiprotocollare, ho necessità di lavorare in silenzio e di notte, di avere uno spazio tutto mio dove nessuno ha accesso. Ho un chiaro e netto rifiuto del paterno, di tutto quello che rappresenta per me una qualsivoglia autorità: la percepisco come un elemento coercitivo, immobilizzante e reagisco con altrettanta ferocia. Ho sempre vissuto agendo di testa mia e assumendomene ogni responsabilità, ho sempre amato la dimensione del rischio: mi sono presa delle belle botte, le ho date, ho vinto e ho perso. Essere donna, artista e madre è un’impresa titanica. L’importante è evitare il mortifero, cioè “l’immobilità pensosa”, come direbbe Marinetti. Più passa il tempo meno persone mi amano e più persone mi detestano, con tutte le varianti del caso. A volte desto sospetto o certe persone hanno la tendenza a vedermi più come un personaggio che come una persona e questo è un fatto che per me è totalmente positivo, perché non ho peli sulla lingua e ho uno spiccato gusto per la provocazione. Non ho scheletri nell’armadio né conti segreti in Svizzera. Gli esercizi di obbedienza e il “sois belle et tais-toi” non fanno per me. Sono socievole ma mai sociale.

PIOGGIA OBLIQUA: Qual è il pericolo più grande per un artista?

ELENA MARINI: Separare l’arte dalla vita e, quindi, entrare irrimediabilmente nel circolo vizioso e schizofrenico dell’autoinganno, che a sua volta genera una sempre maggiore mancanza di autostima e, conseguentemente, un maggior bisogno di essere riconosciuto socialmente, perdendo completamente di vista il fatto che si fa arte per necessità e non per altri motivi.

PIOGGIA OBLIQUA: Con quale percorso sei approdata alla poesia visiva?

ELENA MARINI: Con una telefonata. Nel 2002 Eugenio Miccini cercava una modella con cui fare delle performance e un’amica che avevamo in comune gli rifilò il mio numero. Mi presentai a casa sua e mi ricordo che lui mi guardava di sottecchi mentre mi faceva delle domande a voce bassa. Cominciammo subito una collaborazione e in seguito facemmo diversi omaggi a Duchamp e uno a Magritte. Fu lui a parlarmi per la prima volta della Poesia Visiva. Venni in contatto con un mondo nuovo e ne restai affascinata. Sentivo il potere delle parole. La loro forza. Guardavo i suoi lavori, sfogliavo i suoi libri e suoi cataloghi, prendevo nota di autori fino allora sconosciuti: Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Lamberto Pignotti e Sarenco. Il rapporto che ho vissuto con Eugenio fu intenso, fatto di grandi complicità, affetto, discussioni, punti di vista differenti, conflittuale e tenero, ma fortemente formativo. Naturalmente all’epoca non mi azzardavo a fare un collage, il foglio bianco mi terrorizzava. Cominciai a realizzarli nel 2008, poi smisi, poi ricominciai, poi buttai tutto via in un cassonetto. Non ero pronta. Dal 2015 mi dedico solo ed esclusivamente alla poesia visiva. Ho capito che era necessario abbandonare tutto il resto, mi sono resa conto che la mia cosiddetta ecletticità non era altro che dispersione. Deciso questo, ho messo in atto un processo di epurazione, che era assolutamente indispensabile.

PIOGGIA OBLIQUA: I tuoi SPOT possiedono un grande impatto visivo e ci fanno arrivare senza nessun filtro messaggi di denuncia, “doppelgänger” è il loro titolo complessivo e ne indica già l’estetica che li nutre…

ELENA MARINI: Mi è sempre piaciuto pensare che dentro a una cosa apparentemente compatta ci possa essere un elemento estraneo che possa essere portatore di una differenza e che attua un processo di sabotaggio, atto a far scoppiare il corpo che lo ospita. In questo senso “doppelgänger”, il doppio viandante. Trovo che viviamo nel peggiore dei mondi possibili, come diceva Dino Campana, che stiamo andando verso l’autodistruzione, a forza di flirtare con il virtuale e con delle immagini stereotipate che sono molto pericolose. Navighiamo in un mondo inestetico, brutto, perché mancante di senso, di avventura, di rischio, dove tutto è programmato al punto che le parole non hanno più la forza che dovrebbero avere. Viviamo ormai nello sterilizzato, nel conforme, in una omologazione ripugnante e sotto un controllo sempre più invadente che, credo, non abbia precedenti nella storia. Sbattiamo contro un muro di gomma. Ho ingaggiato una lotta contro il brutto, quindi contro il decorativo e il consolatorio, una guerra contro questa società ipocrita, mistica e pornografica. Uso le mie parole come se fossero pallottole, punto e sparo. Devo avere una vista e una mira perfetta, individuare il punto esatto dove colpire, essere attenta e veloce, per questo non amo perdermi in inezie, cioè in una ricerca puramente estetica. Quello che conta è quello che voglio trasmettere e quello che voglio trasmettere sono io, tutta me stessa, le mie idee e le mie valigie fatte e disfatte. Io sono tutta dentro al mio lavoro, tutta dentro al mio viaggio verso una meta indefinita, senza cartine né segnaletica. Capisco che sia più confortevole sopravvivere piuttosto che vivere accettando questi rischi, ma preferisco sfrecciare sulle montagne russe che crepare di noia.

PIOGGIA OBLIQUA: Scegli per te il termine di “poeta” rifiutando quello di “poetessa”. È così importante per te questa differenziazione?

ELENA MARINI: Ritengo che l’appellativo poetessa sia gregario. Non sono la sola, anche Anna Achmatova lo rifiutava. Nessuno prende sul serio una che si fa chiamare poetessa! È un termine debole, ridicolo, da rivista femminile, da borghesucce annoiate che parlano di banalità davanti a un tè con i biscottini. Ha un che di bien comme il faut, di passivo, di malaticcio. Poet- non essa, come direbbe qualcuno di mia conoscenza.

PIOGGIA OBLIQUA: Majakovskij è un punto di riferimento cui torni continuamente, sia nella poetica che nella visione sul mondo…

ELENA MARINI: “Io lancio il mio verso come una parola d’ordine e di lotta”. Non c’è praticamente giorno che non pensi a Majakovskij, è il leitmotiv della mia vita. Perché per me è il Poeta dei Poeti, il Poeta Totale. Certamente ne amo anche altri, ma non con lo stesso trasporto e la stessa intensità. Penso a Esenin, Rimbaud, Apollinaire, Mallarmé, Tzara, Villon, Blok, Achmatova, Cvetaeva e, naturalmente, Marinetti. I poeti sono all’origine delle avanguardie e la poesia è generatrice di momenti eterni. Majakovskij è un mio simile, per questo mi commuove, perché in lui vita e opera coincidono perfettamente, perché in lui tutto è prepotentemente immediato. La parola è talmente forte, aggressiva, che genera immediatamente una immagine altrettanto potente: quando lo leggo vedo dei cortometraggi, ci sono rumori, schianti, lacrime e una costante forza rivoluzionaria. Il suicidio di Volodia è stato, di fatto, un dire addio alla sua rivoluzione, per la quale ha combattuto fino all’ultimo, con grande coraggio, tenacia, autenticità e passione.

PIOGGIA OBLIQUA: Cosa si può dire riguardo al dibattito odierno sulla definizione “esperienze verbo-visive” a sostituire quello storico di “poesia visiva”?

ELENA MARINI: Trovo che il termine “esperienze verbo-visive” sia inappropriato, quantomeno generico, limitativo. Per quanto riguarda la poesia visiva non ha alcun senso cambiare nome. Per me si tratta di un processo di semplificazione, generalizzazione, omologazione e archiviazione, in qualche modo di sterilizzazione, atto principalmente a far fuori tutta la portata rivoluzionaria che ha avuto fin dall’inizio e in cui consiste la sua peculiarità: il fatto che, con la nascita delle avanguardie storiche, la poesia perde definitivamente il suo atteggiamento consolatorio, passando dalla rassegnazione alla lotta. Quando c’è stato da battere pugni sul tavolo in difesa del termine “poesia visiva” io l’ho fatto, mi sono ritrovata quasi isolata, ma sentivo il bisogno di marcare il mio diverso punto di vista. Sennò quasi tutti zitti, come se la cosa non li riguardasse: mi riferisco a persone che, senza nessuno scrupolo, si dichiarano essere dei poeti visivi. Non mi sono mai piaciuti gli yes-men, in ogni caso li evito come la peste. Mi faccia stare zitta, perché sennò faccio nomi e cognomi. Andranno giù come birilli, mi creda, sono individui tiepidi e troppo indaffarati, distratti: è solo una questione di tempo. La poesia non accetta di passare in secondo piano o di essere vissuta come un passatempo: è anarchica, ribelle e invasiva. È totale. In fondo, per me, chi non prende mai nessuna posizione e chi non accetta la dimensione del rischio, per vigliaccheria o semplicemente per interesse, non può esser definito un poeta. La poesia visiva resiste e non si fa cancellare, protegge chi la ama e continua la sua lotta, a dispetto di tutto e di tutti.

(intervista rilasciata  per la rivista Pioggia obliqua, scritture d’arte, nel gennaio 2017)