Critica ©


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Nata a Pistoia il 19.7.1975, Elena Marini è artista, poeta visivo, costantemente impegnata in una forma di guerriglia creativa e resistenza poetica, compagna d’ arte e di vita del poeta visivo Sarenco.




PARTI/CELLE POETICHE IN TRANSITO A CURA DI SIRIANA LAPIETRA,
STUDIO RISONANZE SONORE
FIRENZE
Mostra di Elena Marini

Presentazione di Claudia Placanica ©

Una settimana fa ero al cinema con Elena Marini a vedere l’ultimo film di Jodorowsky. Lei aveva in grembo dei cioccolatini che, dietro mia richiesta, ogni tanto mi porgeva. Quei cioccolatini avevano una strana consistenza: Elena stava piangendo e annaffiava i cioccolatini con le sue lacrime. Il poeta visivo accanto a me stava ritrovando sé stessa nella Poesia senza fine dell’anziano regista.
La parola poesia ha origine dal greco ποίησις, poiesis derivato dal verbo ποιείν,
poiein, fare. Oggi in molti scrivono poesie, ma il pubblico preferisce romanzi e racconti. Nell’epoca digitale, epoca di eccessi estetici, priva di valori assoluti in cui i leader del passato e i paladini dei diritti diventano delle icone pop, gli SPOT di Elena Marini dimostrano che la poesia è viva; gli SPOT sono una maniera di vedere la realtà e non di limitarsi a subirla. Il mondo, la società hanno bisogno di medium come il poeta visivo che rende visibile il fatto che la storia, la creatività non sono finiti. Abbiamo bisogno di qualcuno che veda aldilà della realtà, di qualcuno che metta in discussione le idee con altre idee. Il poeta, come disse Ungaretti a Pasolini, “incomincia col trasgredire tutte le leggi”. E cosa fa la Marini? Lei mette in relazione oggetti, testi e contesti che, apparentemente, sono estranei fra loro. Lei crea, ma, per creare, utilizza oggetti preesistenti. E, infatti, la massima espressione del creare, è dar vita a qualcosa di nuovo utilizzando qualcosa di vecchio. Lei, come Don Chisciotte, si applica “a far lucenti alcune arme di cui si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giacevano dimenticate in un cantone: le ripulì e le pose in assetto il meglio che gli fu possibile, poi s’accorse ch’era in esse una essenziale mancanza, perocché invece della celata con visiera, eravi solo un morione ma supplì a ciò la sua industria facendo di cartone una mezza celata, che unita al morione pigliò l’apparenza di celata intera.” (Miguel De Cervantes, Don Chisciotte della Mancia). Don Chisciotte è colui che prende una bacinella, se la mette in testa e la fa diventare l’elmo di Mambrino. L’idea che l’arte debba produrre qualcosa di nuovo è un pregiudizio romantico. Dall’arte greca in poi, non vi è stato più nulla di nuovo. Come affermano senza vergogna i disc jockey: tutto sta nel remix, nella reinterpretazione. E lo spirito della cultura del nostro tempo sta proprio nella capacità di ricercare e rivisitare il già esistente: non più uno storytelling, ma un’esperienza della realtà che riveli il conformismo, attaccandolo. La poesia visiva è azione, è lotta e, gli SPOT, sono gesto anarchico di attacco al cuore della realtà. La realtà mediatica che s’impone come modello standard e che la Marini scardina attraverso il suo montaggio che si avvale dell’effetto Kulešov, fenomeno cognitivo del montaggio cinematografico dimostrato dal cineasta russo Lev Vladimirovič Kulešov negli anni Venti. Kulešov fece un esperimento che dimostrò che la sensazione che un’inquadratura trasmette allo spettatore è influenzata in maniera determinante dalle inquadrature precedenti e successive. L’effetto Kulešov fu quindi la dimostrazione della grande importanza del montaggio nella comprensione di ciò che appare in una sequenza cinematografica e fu fondamentale per la formulazione delle prime teorie sul montaggio stesso. La Marini opera proprio come un cineasta: si appropria di immagini, parole e frasi preesistenti ed estrapolate da un contesto, le fissa quindi in uno spazio che le rende nuove, facendoci vivere l’esperienza della consapevolezza. La sua ricerca, più cinematografica che letteraria, è tutta tesa nello smascherare il bluff dei media, della pubblicità, delle affermazioni assertive e apodittiche, spesso boriose, sempre manipolatorie e basate su bisogni artificiali. La forza degli SPOT è nello scongiurare il pericolo dell’asservimento a una rappresentazione falsa della realtà, è la rivelazione che il potere ci vorrebbe tutti uguali. Quest’ultimo è un concetto ricorrente negli SPOT.
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SPOT n° 293 coll. su carta 40×30 cm 2017 ©
“Teste di serie” è opera iconoclasta e ideoclasta: qui il collage, effettuato con perizia sartoriale, trasmette la necessità demolitrice del diktat della serialità a livello planetario. Le varie sovrapposizioni, simili allo scratch sound effect del disc jockey, mettono in comunicazione vari elementi: la donna occidentale, la donna orientale, lungi dall’essere libere di esprimere la propria unicità, condividono un comune destino di omologazione spacciata per globalizzazione. In un altro SPOT, leggiamo “Sono quando non ci sono”.
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SPOT n° 188 coll. su carta 40×30 cm 2016 ©
Qui siamo davanti a un’attualizzazione del cartesiano “Cogito ergo sum”: la certezza della scissione come unica fede al posto dello scetticismo metodologico, al posto del dubbio. L’individuo, la donna, può essere ciò che è, solo a patto di essere fuori dai riflettori, a patto di non essere visto, di non dover indossare maschere. I membri della collettività, negli SPOT, più che apparire soggetti, sono i corpi che si offrono in olocausto attraverso la vocazione narcisistica che li fa regredire a oggetti. “La donna, i giovani, il corpo, la cui emergenza dopo millenni di schiavitù e di oblio costituisce in effetti la virtualità più rivoluzionaria, e dunque il rischio più serio, per qualunque ordine costituito, sono integrati e recuperati come ‘mito di emancipazione’. Si dà da consumare la Donna alla donna, i Giovani ai giovani e, in questa emancipazione formale e narcisistica, si riesce a scongiurare la loro liberazione reale.” (Jean Baudrillard, La società dei consumi)
La poesia visiva e i suoi interpreti svolgono un’attività preziosa, capace di metterci in contatto con una nozione nuova di ciò che l’abitudine e la consuetudine ci impediscono di percepire nella sua oggettività. L’azione della Marini svela l’oppressione che il mondo neoliberista riesce a realizzare attraverso un’estetica accattivante, priva di etica e, lo fa, assumendosi la responsabilità di rifiutarne l’adesione. Il coraggio, l’audacia, la ribellione sono elementi essenziali di questo tipo di poesia, nata dalle molteplici sperimentazioni artistiche e letterarie degli anni Sessanta del XX secolo, nella temperie della Neoavanguardia. La sinestesia, strumento tradizionale della poesia visiva, con gli SPOT, si arricchisce di allegorie irriverenti che rendono il contenuto sovversivo e drammaticamente attuale. Il linguaggio – ci dicono gli SPOT – è un artificio elaborato dal potere e, quindi, va smascherato: “il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, […] Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!” (Arthur Rimbaud, Lettera del Veggente). Gli SPOT sono un tramite con eventi, luoghi o oggetti, lontani o “nascosti”. Sono un’esperienza di dissenso verso il potere perché ci fanno comprendere che, l’essere umano, non è quel manichino cui l’industria guarda come un cecchino mira al suo bersaglio. La poesia visiva della Marini assurge a mezzo di lotta scagliato verso il conformismo della società, un’azione imprescindibile che contribuisce al progresso dei valori, della verità e allo sviluppo del bello.
 

(Claudia Placanica, author, educator e analyst avantgarde) © 





Passaporto anarchico n° 3033 ©
Questa è l’epoca della contaminazione e la poesia visiva, ibrido per antonomasia, ha ancora molto da fare.
 
 
Gli SPOT di Elena Marini inchiodano lo sguardo, indotto a decostruire i contenuti del mondo multimediale, per superare le barriere in direzione di un concetto inedito che nasce da un progetto che spezza i nessi di causa-effetto. Non c’è Arte senza idee. E le idee di Elena Marini sono di costante sovversione, di capovolgimento dei mondi illusori evocati dai media. L’artista è una lottatrice poetica la cui opera spinge verso una percezione del reale che, audacemente, si esprime fuori dal linguaggio pittorico che, ormai logorato, innescherebbe una velleitaria competizione con i mezzi di comunicazione, compromettendo l’idea sovversiva che sta dietro ai suoi collages. Gli SPOT sono forma militante di “sabotaggio affermativo”, perché, “nel sabotaggio affermativo […] tu osservi, impari come funziona la macchina e poi fai in modo che lavori contro l’obiettivo che aveva prima. Significa conoscere il meccanismo, partire da una posizione di forza, non di debolezza”(1).
 
Oltre che di una componente sovversiva e anarchica, le giustapposizioni, opposizioni polari, si fanno portatrici di una lapidarietà quasi assertiva, una forma non snobistica di sprezzatura (vedi in particolare lo SPOT n° 231).
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Ma la sprezzatura, sistematizzandosi, diviene carattere e stile. Partorita dalla consapevolezza di una donna che ha scelto di vivere l’/d’arte, diviene sfida ardita in questo tempo di travet con i pennelli e uno stipendio sicuro ogni mese. La componente ironica, invece, più convenzionale nei collages, innesca la riflessione sulla trasfigurazione di un soggetto in oggetto, sulla metamorfosi pornografica di soggetti codificati dai media alla stregua di categorie. E la sua arte, come un bisturi, rovescia le identità collettive percepite come categorie univoche, fisse, compiute. I soggetti trattati, infatti, sono per lo più quelle categorie non rappresentative nei confronti dei soggetti che dovrebbero rappresentare, ma che il mondo dei media descrive anticipandone le pulsioni e saturando lo spazio retinico (le donne, i bambini, il maschio virile e, più recentemente, l’ambiguo). Il linguaggio spoglio di orpelli ci fa avvertire come uno stupro le semplificazioni e le generalizzazioni prive di supporto concettuale/teorico tipiche della dimensione patinata delle riviste di moda e della pubblicità.
 
La schisi tra la necessità di promozione di un prodotto e la volontà di non prestarsi a vittima, a target delle logiche della società consumistica ha un detonatore nell’ibridazione tra arte e letteratura.
In tal modo l’opera fa emergere quella dimensione comunicativa del linguaggio di
tipo strumentale e analitico. L’artista unisce due oggetti contrari e complementari rendendoli un’unità. Sicuramente l’azione eretica degli SPOT presuppone, come già nella poesia visiva in generale, un’attività multimediale e sinestetica. Ma qui si avverte un’insofferenza per la riduzione dell’essere umano a un progetto di omologazione: quale feedback altrimenti potrebbero presupporre i n° 250 e 166, entrambi recanti la scritta “Copia conforme”?

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Le contraddizioni della società contemporanea ricevono lo stigma del montaggio che rende l’opera della Marini – come osserva Sare
nco – più cinematografica che narrativa. Un montaggio che esplora un linguaggio sempre più adatto alle mutate istanze culturali, ma sempre al servizio della mente. Le giustapposizioni sembrano riconnettersi all’idea del montaggio di Ėjzenštejn, quello con cui è possibile scuotere chi guarda attraverso uno shock visivo che lo coinvolge con emozioni e nuove associazioni di idee tali da renderlo fruitore attivo. La poetica militante e di lotta è quella per cui, ogni SPOT, diviene un’inquadratura inedita, dura, rapace o incongruente che ci mette dentro un sistema che si sottrae al piacere estetico a favore di una duchampiana “interpretazione ausiliaria”. L’ibridazione in cui si inscrive la poetica della Marini è tutta focalizzata in un contesto in
cui i gesti, le pulsioni, gli accordi, le immagini si dissociano
dalla linearità del messaggio: la soluzione è all’interno della dimensione caotica che trasforma un’immagine ferma in un evento dalla forza dirompente. Forse, più che di giustapposizioni, sarebbe più appropriato parlare di “accoppiamenti”, in cui l’atto copulativo sancisce la morte della persuasione e dell’individuo-consumatore.
 
Ogni singola opera si struttura sovvertendo il sistema linguistico, tradizionalmente asservito al sistema neoliberista che, attraverso i mass media, piega la comunicazione a un progetto immorale basato sulle menzogne e l’illusione di un’opulenza eterna. Il montaggio destabilizza il significato dissacrando il significante che ripristina la funzione informativa e comunicativa ma in un nuovo spazio in cui i conflitti espressivi, l’accordo/disaccordo dei corpi umani che dicono “nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le ‘cose’ della televisione o delle réclames dei prodotti”(2) sono percepiti come la destituzione della vita reale. La poesia visiva della Marini smaschera il vecchio e qualifica il nuovo che nasce dalla necessità di trasformare il vecchio e farlo nascere su nuove basi. Avviene attraverso una riflessione lacerante, atta a scuotere, anche con violenza. La forma, che privilegia un montaggio delle attrazioni, vede il poeta come un regista atto a riprendere e poi congelare la sua visione in un frame-stop allucinato. Il corpo e il volto umano, spesso in primo piano, sono la superficie su cui si stratificano le contraddizioni della realtà. E questo è quasi un crisma formale della Marini. Come un crisma formale è la ripresa ravvicinata dei gesti e dei simulacri di quei corpi.
 
 

Nello Zeitgeist che vede la Marini tutto è disordinato, incompleto, scomposto e tocca al fruitore ricomporne il senso. Il fruitore degli SPOT viene assimilato al majakovskijano “tagliente come un eccomi” (SPOT n° 137):

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stimolato nella sua immaginazione e attraversato da un sentimento di inquietudine, può decodificare i segni generando una verità che era stata spinta fuori dai confini. E, parafrasando Thomas Stearns Eliot:

 
 
Siamo gli uomini vuoti
 
Siamo gli uomini impagliati
 
Che appoggiano l’un l’altro
 
La testa piena di paglia. Ahimé!
 
 
(1) Gayatri Chakravorty Spivak, Questa è la vera lotta di classe su “L’Espresso”, 16/07/17
(2) Pier Paolo Pasolini, Il discorso dei capelli sul “Corriere della sera”, 1973
 
 
 
 
 

Arte/Vita: il rifiuto del compromesso ©


L’artista indaga da sempre lo stretto e controverso rapporto fra 
parola-immagineessere-apparireinterno-esternoindividuo-società.

La notevole forza espressiva delle immagini, riadattate e accostate a frasi giustapposte in collages di immediato effetto, è una costante denuncia, schietta, radicale e tagliente, di una società percepita dall’artista come ipocrita, mistica e pornografica, che abusa del proprio potere per indurre all’omologazione e al consumo coatto.
 
Nell’artista vita e opera coincidono, con grande coraggio e fermezza d’ intenti, in continuità con quella poesia visiva legata ad una visione estetica politicamente scorretta e sovversiva.
 

 
Elena Marini, unica voce della nuova generazione di poeti visivi in grado di guardare la realtà in faccia, di vederne gli aspetti più deprecabili, sviscerarli e sbatterceli davanti agli occhi. Non è clemente Elena Marini, sa dove colpire e sa che l’ironia è un’arma efficace per risvegliare in noi un po’ di capacità critica, affinché ci riappropriamo delle nostre identità. Questo è il potere della poesia visiva, questo è il fine ultimo della lotta poetica.
 
 
 
 

 

  

Poesia visiva – Volontà autonoma ©

 
 
 
Possedere il doppio in tempi classicheggianti era l’assurdo pensiero cosmogonico dell’essere perfetti, l’unità non è altro che l’equilibrio armonico tra essere e forma, pensiero e azione, causa ed effetto, luce ed ombra… soggetto-oggetto, sembrerebbe superfluo o fuori luogo dire che Platone nel Simposio scrive della punizione divina di separare gli uomini in due…? Non è così che si dà inizio allo spettacolo dei sessi, del potere, delle cose, dell’educazione e della morale religiosa o semplicemente quella civilizzatrice?
 
Un poema hindu dice:
 
“Ora nudi, ora folli, ora stolti, tali appaiono in terra gli uomini liberi!”
 
O…i poeti visivi! Uomini e donne dalle taglienti parole rivestite dal sex-appeal delle immagini strappate dal teatro visivo di buffe marionette che confondono il vero ed il falso, il bello ed il brutto, l’osceno e il fantomatico perbenismo di classe; figure appartenenti alla società avanzata, quella contemporanea che va in onda ogni giorno alla stessa ora, con l’incessante domanda e offerta di merci che seducono la nostra volontà di potenza offendendo la nostra libertà.
 
L’arte di Elena Marini è composizione visiva, paragonabile ad un testo musicale dodecafonico, immagini e parole sono in relazione senza che il loro rapporto sia in alcun modo riferibile ad una parola o immagine fondamentale, proprio come l’intento faustiano di abolire la natura esistente (di addestramento) e sostituirla con una fatta da colui o colei che pone resistenza e mette in relazione l’arte di comporre e la vita, fuggendo dal banale. Il perturbante nei suoi lavori nasce ponendo il dubbio nel fruitore di realtà che si sovrappongono da un interno (essere) ed un esterno (forma) esplodendo nel primitivo ricordo di essere stati pre-educati, pre-assoggettati ed ex possidenti di volontà.
 
Siamo uomini dei simulacri, esseri illusi di volontà autonoma, siamo vittime e carnefici, costruttori di non-io, non-tu e non-es; l’arte può ristabilire il disordine, la poesia visiva della Marini apre le ferite di chi è cosciente del palcoscenico costruito dalle dittature, dalle istituzioni, dalle prigioni controllate dalle immagini seducenti di merci desideranti che rendono la natura umana labile, convenzionale e priva di senso creativo.
 
Il doppio che va… doppelgänger è il bisogno costante di fare critica, di dire chi siamo, di interrogare l’inconscio mentre si guarda la forma plasmata dell’io, l’arte e la filosofia riescono a strappare l’uomo dal quotidiano e dal processo di reificazione, la poesia visiva duella in ogni secolo tra eros e thanatos.
 

 
Apogeo letterale di una semplice espressione d’essere ciò che si è: musica polifonica che fa sentire all’ orecchio sordo e dilata un iride stuprato dalla infamia bruttezza.
Elena, tu sei poesia patho/s/logica e a noi meri lettori non resta che vederti viaggiare in quello spazio pregno di passione visiva.
 

 
 
Che cosè la poesia visiva?
 
La scrittura è la forma di comunicazione più impegnativa di qualunque promessa fatta, si scrive per dare forma alle verità, che non danzano nella forma creativa delle parole, ma nella testa di chi guarda.
 
Le immagini diventano attori di un cinematografo di tutti i tempi, quelli vissuti, quelli morti, quelli indecenti, quelli sporchi, “ore puttane” o “secondi da chierichetti impauriti”.
 
L’ arte lotta per le interrogazioni mancate, la poesia visiva brucia le menzogne e fa cantare i secoli! La storia si scrive e la vita è la poesia che vuole essere guardata!
Ed io ho provato piacere di essere nella pagina accanto al pensiero di un poeta visivo, quello dell’immortalità, il guerriero della visione attiva che porta il nome di Sarenco.
E questo solo grazie a “doppelgänger” di Elena Marini.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 

Lei è viva!

A new degeneration ©

La ‘poesia visiva in progress‘ di Elena Marini ha come suo pregio fondamentale la sintesi e l’essenzialità. Non è narrativa ma cinematografica: non per niente i suoi collages sono degli ‘SPOT‘.
 
Ogni suo lavoro è un fotogramma di un film in continua costruzione: un film che non avrà mai una fine, un film che ha la stessa lunghezza temporale della vita dell’autrice. Le immagini (trovate e recuperate) sono decisamente autoreferenziali come la secchezza dei testi che le accompagnano o le integrano: non c’è una virgola in più, non c’è una parola in più di quanto è necessario che ci sia. Opere secche, taglienti, che non ammettono ripensamenti.
 
I collages della Marini provano che la ‘poesia visiva’ non è ancora morta e defunta, come spesso dicono i corvi dell’arte, quelli sempre pronti ad inneggiare a qualsiasi ‘connerie’ nuovista che appare a cicli temporali quinquennali sulle pagine patinate delle riviste d’arte alla moda.
 
La poesia resiste e non si fa cancellare: cadranno le mura di Tebe ma rimarranno ‘ad aeternum’ le opere di quei poeti che non si saranno fatti integrare dalle mode effimere del mercato.
 
 
 
(Sarenco) ©
 

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